Ci sono momenti nella vita in cui tutto sembra incrinarsi.
Le relazioni cambiano forma, il corpo manda segnali strani, la mente non riesce più a trovare appigli sicuri, e ciò che prima dava senso alle giornate improvvisamente non basta più.
In quei momenti la prima reazione è quasi sempre la stessa: pensiamo che qualcosa non funzioni.
Cerchiamo di sistemare.
Aggiustare.
Tornare come prima.
Ma c’è un punto preciso del cammino umano in cui il “prima” non è più possibile, e non perché sia stato distrutto, ma perché non era la nostra forma reale.
La coscienza non cresce aggiungendo cose nuove, cresce togliendo ciò che non è vero.
E quando questo processo inizia, la vita non diventa più difficile: diventa più sincera.
Il problema è che la sincerità interiore viene percepita come perdita.
Perdi certezze, perdi ruoli, perdi identità costruite negli anni, perdi la sicurezza di sapere chi sei e dove stai andando.
In realtà non stai perdendo te stesso, stai perdendo le parti di te che servivano per adattarti.
Per questo molte persone chiamano crisi ciò che in realtà è un ritorno.
Non è la tua vita che si rompe.
È la struttura con cui la tenevi insieme che non può più contenerti.
All’inizio si prova paura, perché la mente funziona per continuità, ha bisogno di una storia coerente, di una linea chiara tra ieri e domani, mentre il risveglio non è lineare: è un riassestamento.
Ti porta in un territorio dove non puoi più definire tutto prima di viverlo.
Ed è qui che nasce la stanchezza profonda che molti sentono.
Non è solo fisica.
È la fatica di sostenere una forma che non ti appartiene più.
Quando la coscienza comincia a riemergere, ciò che è costruito sull’obbligo diventa pesante, ciò che è basato sulla paura diventa insopportabile, ciò che è mantenuto per abitudine inizia a sgretolarsi.
Spesso si cerca una soluzione veloce: una tecnica, una spiegazione immediata, qualcuno che dica cosa fare.
Ma il ritorno a sé non è un’operazione da eseguire, è una disponibilità da permettere.
Non devi diventare qualcosa di nuovo.
Devi smettere lentamente di trattenere ciò che non sei.
Questo è il motivo per cui il cambiamento reale non ha quasi mai l’aspetto che ci aspettavamo.
Non ti rende più forte nel senso comune, ti rende più vero.
Non ti dà più controllo, ti dà più presenza.
Non ti fa vincere la vita, ti fa incontrarla.
E a un certo punto succede qualcosa di molto semplice:
inizi a non voler più tornare indietro.
Non perché tutto sia risolto, ma perché senti che anche l’incertezza è più viva della sicurezza di prima.
Quello è il momento in cui non stai più cercando di salvare la tua vecchia storia.
Stai iniziando ad abitare la tua esistenza.
Molti lo chiamano risveglio, altri guarigione, altri ancora cambiamento profondo.
In realtà è un gesto naturale: la coscienza smette di identificarsi con la sopravvivenza e torna all’esperienza.
E quando questo accade, anche il dolore cambia funzione.
Non è più un errore da cancellare, ma un segnale che indica dove stai resistendo al tuo stesso ritorno.
Non devi fare tutto subito.
Non devi capire tutto adesso.
A volte basta solo questo: smettere di pensare che qualcosa in te sia sbagliato.
Perché spesso la parte che vuoi sistemare è quella che sta cercando di riportarti a casa.
Non prendere queste parole come verità da seguire.
Usale come uno specchio: se qualcosa risuona, fermati lì.
Il resto può cadere.
Terrosi Monia con Emet Ql e Sfera di Shambhalla
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