Chi sarei se smettessi di raccontarmi storie?

Ci sono storie che non raccontiamo per mentire,
ma per resistere.

Le ripetiamo a noi stessi con ordine, coerenza, talvolta con parole spirituali.
Le chiamiamo spiegazioni, motivazioni, percorsi.
In realtà sono strutture di protezione.

Non nascono per ingannarci.
Nascono quando non siamo pronti a sentire fino in fondo.

Ma arriva un tempo
e quel tempo è questo
in cui continuare a raccontarsi diventa più faticoso che fermarsi.

E allora la domanda emerge, semplice e disarmante:

Chi sarei se smettessi di raccontarmi storie?

Raccontarsi storie significa:

  • giustificare sempre ciò che accade,
  • spiegare prima ancora di sentire,
  • chiamare prudenza la paura,
  • chiamare attesa l’evitamento,
  • chiamare bontà il non esporsi.

Finché il racconto continua,
la presenza resta parziale.

Non perché sia sbagliato raccontarsi,
ma perché a un certo punto non serve più.

Smettere di raccontarsi storie non significa diventare duri.
Significa diventare onesti.

E l’onestà, all’inizio, non è luminosa.
È nuda.
È spoglia.
È silenziosa.

Quando il racconto si interrompe,
non trovi subito risposte.

Trovi:

  • sensazioni non filtrate,
  • emozioni non ordinate,
  • verità che non hanno ancora parole.

E questo può spaventare.

L’ego chiama questo spazio vuoto.
Ma non lo è.

È campo libero.

Se smettessi di raccontarti storie, forse saresti:

  • meno definito,
  • meno comprensibile,
  • meno “coerente” agli occhi degli altri,

ma più presente a te stesso.

Non migliore.
Non peggiore.
Più vero.

Questo non è un invito a cambiare vita.
È un invito a non intervenire subito.

A restare qualche istante in più
prima di spiegare, giustificare, spiritualizzare.

Solo restare.

Forse scoprirai che sotto il racconto
non c’è il caos che temi.

C’è qualcosa che aspetta da tempo
di essere finalmente abitato.

Quando il racconto si ferma,
non finisci.

Ricominci.

E quello è
il tempo di ricordare.

Monia Terrosi
EMET QL · Sfera di Shambhalla

Non prendere queste parole come verità da seguire.
Usale come uno specchio: se qualcosa risuona, fermati lì.
Il resto può cadere.

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